martedì 30 dicembre 2014

CHI TROVA UN AMICO TROVA UN LIBRO. ANZI DUE.



Chi trova un amico trova un libro. E se gli amici sono due, Gaetano "Blue" Bottazzi e Sergio D'Alesio, i libri raddoppiano.

Le cose che mi piacciono le tengo insieme, ne faccio marmellata. Specie se hanno un comune denominatore. E ne parlo, per il piacere di diffondere qualcosa in cui credo.
Lo faccio con i miei tempi. Ma alla fine il tempo lo trovo. Quelle da recensire sono parole per la musica, al servizio della passione per la musica. Due libri. Eccoci qui.

Iniziamo con “Perché non lo facciamo per la strada?” (Ed.Tip.Le.Co, 2014, 15 euro) di Blue Bottazzi.
Il secondo sforzo creativo del buon Bottazzi (giacchè per il primo, “Long Playing”, che sta per avere un gemellino, un lato B, aprirò presto una parentesi a parte, a opera conclusa) mi fa venire in mente un disco che amo molto, di Andrew Gold, un session man californiano di cui troverete il nome in un sacco di dischi di west coast anni '70, quelli di Linda Ronstadt compresi. L'album in questione è “What's wrong with this picture?”, che girava su vinile Asylum Records, roba seria, roba con un significato. Cosa c'era di strano nella copertina? La giravi e la rigiravi ed è era tutto a posto, apparentemente. Alla fine, guardando meglio, ti accorgevi che nel grande soggiorno le cui vetrate davano forse sul mare di Santa Barbara un paio di oggetti erano fuori posto: un 45 giri suonava (suonava?) agganciato a un registratore Revox, e la bobina di quest'ultimo era adagiata, inutilmente, sul piatto di un giradischi.
Quella confusione voluta, e annunciata, a me ha sempre fatto pensare che il significato fosse “la musica trova sempre una sua strada, anche se gli metti qualche bastone tra le ruote, anche se sposti qualcosa”.

Sulla copertina del bel libro di Bottazzi, che si fa chiamare Blue per via di Tom Waits e Rickie Lee Jones, ma questa è un'altra storia, non c'é niente che non va. Funziona tutto a meraviglia. Molte cose coincidono con l'iconografia del rock, a volerle leggere. Una coppia (lui ed Eleonora Bagarotti, altra anima piena di musica) come erano Tom & Rickie su “Blue Valentine”, altro disco marchiato Asylum. Giubbotti di pelle, il serbatoio di una moto che si intravvede, la t-shirt bianca che recita, in rosso amore, Triumph, come la Bonneville con cui nel 1966 Bobby Dylan scivolò per un po' via dalla musica facendosi male seriamente.
Nel background, mugs, insegne, forse ferri da lavoro. Per due, quattro ruote, mille sogni.
Una coppia innamorata che inneggia all'amplesso sull'asfalto? Non proprio. Qui c'è un'altra citazione, una canzone (quella del titolo del libro) che arriva dal doppio bianco dei Beatles, dalla voce di un McCartney votato a un blues alla Steppenwolf. Non i Beatles più popolari, di certo i più intensi e sporchi.

Le 250 pagine raccolgono in 33 capitoli e 33 decaloghi un bel po' di sensazioni sparse vergate da chi si sente e si descrive “salvato dal rock'n'roll”. Sinceri, senza retorica, dunque veri sono gli appunti del Blue. La confusione regna sovrana, come nella stanza di Andrew Gold. Ma da quella confusione il lettore, se motivato, si lascia trasportare con piacere e sicurezza, come fossero i copertoni di una inglese mid Sixties a incollarti alla strada.
Non aspettatevi una recensione, dovete leggervelo voi il libro. Io ho preso appunti sparsi, perché così leggo ormai i libri, tutti i libri, andandomi a cercare ciò che mi soddisfa in quel momento, per poi tornare giorni dopo, a curiosare e ascoltare. Si, ascoltare, perché che le abbiate in testa o che le rimettiate sul piatto per l'occasione, sono le canzoni le inevitabili compagne di lettura. E le canzoni e i sogni che si tirano dietro portano via tempo. Questo libro può durarvi mesi, dunque, come è accaduto a me. Se i vostri ricordi coincidono poi con gran parte di ciò che trovate scritto da Blue, allora siete fregati.
Leggi il capitolo sui riff (da quello di “Whole lotta love” degli Zeppelin a quello di “Lola” dei Kinks, c'è tutta la gamma rappresentata) e ti metti davanti allo specchio con la padella. Scorri le pagine di “Beatles o Rolling Stones?” e riaffiorano i dubbi di sempre: i primi erano più melodici, i secondi più tosti. Deciso: meglio i secondi. Poi ti ricordi di “Angie” e “Helter Skelter”. Chi erano quelli tosti? Vabbè, incartameli tutti e due che ci faccio un bel pò di chilometri.
Ecco i “doppi dal vivo” quando i doppi dal vivo erano un punto di arrivo e non di partenza. Oggi non si nega a nessuno un dischetto da 79 minuti registrato a un concerto durante il tour del secondo disco. Un tempo, ai nostri tempi (vero Blue? vero Eleonora?), il doppio dal vivo era uno dei sogni più selvaggi e proibiti, dunque non arrivava mai, vedi Bruce al Winterland di San Francisco, oppure si chiamava “Fleetwood Mac Live”, e i Mac per meritarselo erano dovuti partire dall'Inghilterra, prendere casa in California, cambiare vita e rifare i documenti e soprattutto fare “Rumours”, il che non è proprio cosa da tutti.
Nel capitolo dedicato alle classiche “quattro facciate registrate dal vivo” si viaggia che è una bellezza, dalla Royal Albert Hall al Fillmore East, dal Trobadour sui boulevard californiani al Rainbow delle piogge inglesi. Portatevi scarpe comode che c'è da pedalare.
C'é un capitolo di bella sensibilità, dedicato alle parole che un tempo ti si conficcavano nel cervello, letali come le “silver bullets” di Bob Seger, proiettili micidiali se stai sotto ai vent'anni. La forza di quelle parole (da “Perfect day” e “Heroin” di Lou Reed a “New York City Serenade” del Boss) e il loro contrario, perché ognuno nelle canzoni ci vede qualcosa di personale, ognuno incolla le proprie figurine sui volto di Billy o mette il Lambrusco o Villa Borghese al posto della Sangria che qualcuno beve a Central Park. Canzoni come scatole vuote, talvolta, pronte per essere riempite da noi, e questo senso di intercambiabilità dei sentimenti l'autore lo ha centrato alla perfezione.
Le canzoni sono anche questo: satelliti per l'amore o un navigatore satellitare che impostiamo noi.
Potrei recitarvelo tutto, “Perché non lo facciamo per la strada?”, ma c'é D'Alesio con le sue camicie colorate che sgomita. Chiudo ricordandovi di scendere a comprare un pacchetto di C90 perché di suggerimenti per farvi qualche cassettina ce ne sono parecchi, e tutti validi, a firma Bottazzi.
Anzi, no, un momento: chiudo con una domanda all'autore, perché fa un po' figo e dà l'idea che il libro lo hai letto davvero:
- capitolo “Questioni di etichetta”, pagina 114, le “10 copertine più belle del rock”: mi metti “Amorica” dei Black Crowes e il suo triangolino e ti dimentichi “Late for the sky” di Jackson Browne con quel cielo e quelle luci alla Magritte? Ma un pelo di “f” tira davvero più della Chevrolet di “The road and the sky”? Siamo sicuri?
Si scherza. Lavoro egregio, compare.

“Eagles: la leggenda del country-rock” (Aerostella, 2014, 16 euro) chi poteva firmarlo se non Sergio D'Alesio, uno che di California parlava quando la California voleva dire davvero “terra promessa” e non Gangsta Rap, e quando fratello si scriveva brother e non brotha e stava per “brother Jackson”. Punti di vista, diversi modi di sentire la musica. Diversità, non meglio o peggio.
A noi piace la west coast delle chitarre e delle armonie vocali, dunque tutta quella roba lì che oggi è un po' scolorita, sfumata, ma rivive nei ricordi, nella voglia di raccontare ancora e in qualche disco azzeccato di qualche vecchio eroe che non ha mai smarrito il talento e la credibilità: è il caso di Jackson Browne e del suo ultimo “Standing in the breach”, sospeso come sempre tra la politica del mondo e quella dei sentimenti più intimi.
Quando gli Eagles firmarono per la Asylum di David Geffen vennero presto sorretti – anzi, portati a volare - da una canzone, “Take it easy”, un cerchio che Browne aveva abbozzato ma che per trovare la sua quadratura aveva dovuto contare sull'intervento di Glenn Frey, uno che arrivava da Detroit, ovvero dalla casa del rock duro e della Motown, ma che insieme a Don Henley avrebbe tempestato di capolavori il firmamento del Golden State, lasciando una scia che avrebbe prodotto emuli e seguaci.
Henley e Frey sono le fondamenta degli Eagles, ovvero di tutto ciò che si estende da “Take it easy” all'ultimo tour con il redivivo Bernie Leadon che abbiamo visto quest'anno anche in Europa. Oltre quarant'anni di musica che hanno dipinto il lifestyle spesso eccessivo di una città dispersiva come Los Angeles negli anni in cui questa era la capitale d'America di tutte le musiche. Tanto attraente quanto fagocitante la Città degli Angeli, a tal punto che chi arrivava lì diventava californiano per sempre, che fosse il britannico Graham Nash o Joni Mitchell da Alberta, Canada. Pure The Band, giovanotti canadesi che servirono Dylan e tanta tradizione americana, restano consegnati alla memoria collettiva nello storico scatolone del Winterland, a San Francisco, teatro del loro “ultimo valzer”, negli stessi anni in cui Springsteen conquistava definitivamente da quel palco la California con la E Street Band.
“Siamo gli Eagles, da Los Angeles”, gridavano orgogliosi presentandosi al loro pubblico i quattro che scrissero le prime pagine di una storia leggendaria; eppure Randy Meisner arrivava dal Colorado e dai Poco, Bernie Leadon dal Minnesota, Don Henley portava la sua voce soul dal Texas e di Frey si è detto. Tutto spazzato via, come le armonie vocali se travolte dalla raucedine, tutti californiani, per convenzione e per vocazione.
Naturalmente sappiamo, come scrive D'Alesio, che c'erano stati “i rivoluzionari anni Sessanta, durante l'impero folk-rock dei Byrds contrapposto alla ipnotica psichedelia dei Doors e dei Quicksilver Messenger Service”, ma servivano dei continuatori in grado di essere anche più popolari e stabili di McGuinn e soci, che nei primi Settanta, quando gli Eagles lucidavano ancora il piumaggio, avevano già dato il meglio ed erano in fase calante, con un organico che aveva già perso Gene Clark, Chris Hillman, David Crosby e Gram Parsons.
Bernie Leadon, che arrivava dai Flying Burrito Brothers di Gram Parsons, una costola proprio dei Byrds, dichiarò in quei giorni a Rolling Stone “tutti sembrano impazziti e ci corteggiano dicendo che diventeremo più grandi di CSN&Y”.
Queste sono le basi su cui D'Alesio imposta il proprio volo su una storia che possiede forza e romanticismo, dramma e gelosie, ma che è il contenitore che accoglie tutti i pezzi di un enorme puzzle iniziato, come visto, con leggende, gli Eagles, nate da altre leggende. Quando morì Parsons, distrutto dagli eccessi e dalle droghe, Leadon scrisse per lui “My man” , e la canzone finì sul terzo disco della band, “On the border”, come un dolce e amaro epitaffio cantato meravigliosamente a quattro voci.
Da lì sarebbero arrivati “Hotel California”, il successo planetario, le liti, gli innesti, lo scioglimento e la pace sempre a denti stretti e con regole ferree per regolare gli enormi flussi di denaro.
Tra musica e interessi se ne sono andati, da “The Long Run”, che nel 1980 chiuse la prima luminosa fase del gruppo, ben trentacinque anni vissuti dal pubblico con un instancabile senso di gratitudine stampato sul viso ma anche con l'esasperazione di chi attende qualcosa di nuovo che arriva col contagocce. Il sottoscritto scrisse nel 1995 la prefazione all'edizione italiana di “The long run – the history of the Eagles” di Marc Shapiro. Era appena uscito “Hell Freezes over”, un live con quattro inediti, i primi che si ascoltvano dal gruppo (nel frattempo lievitato in tanti anni grazie alle presenze di Tim Schmith, Joe Walsh e Don Felder) proprio dai tempi di “The long run”. Nell'aria c'era una certa eccitazione, sembrava il preludio a quella costanza che tutti si aspettavano. E costanza fu, ma solo di apparizioni live buone per vendere il back catalogue e per rinforzare le carriere soliste (Don Henley, il migliore, con successi cristallini come “The boys of summer” e “The end of the innocence”). L'unico vero disco interamente composto da canzoni nuove resta per gli Eagles “Long road out of Eden” del 2007, giunto vent'otto anni dopo “The long run”. Di lunghe, lunghissime corse parliamo qui, e non servono metafore. E' la realtà che ha circondato la band nata davanti al Pacifico e nei deserti lì vicino.
Una realtà, quella raccontata, fatta di una tenuta artistica ancora validissima ma anche di una capacità organizzativa e manageriale sopra la media. Brani dal suono contemporaneo e anche strategie per accarezzare la memoria di chi è rimasto da allora; ecco spiegata “How long”, ripescata dal repertorio del vecchio complice John David Souther e per questo affine agli album dei primi anni, quelli che come etichetta avevano il cielo della Asylum, con quel marchio che ritorna nel nostro racconto sui due libri scelti per voi e che crea per questo un sottile legame con Bottazzi, Waits e anche quella “Ol'55” che proprio Waits riprese dagli Eagles, allora compagni di etichetta.
Il resto, tutto il resto, scopritelo nelle 150 pagine in cui D'Alesio riassume quarant'anni e più di storia della band senza fermarsi all'attività di gruppo ma andando oltre, fornendo il quadro più aggiornato delle vicende soliste di tutti i componenti transitati nell'organico dal 1972 al 2014.
Niente male.

Due libri, due amici. Alla prossima canzone.